Un fotogramma del servizio de Le Iene.
In queste ultime settimane, uno strano
gioco sta facendo molto parlare di sé, il Blue Whale.
Sulle pagine di
tutti i giornali, forse grazie ad chiacchieratissimo servizio de Le
Iene, se ne discute principalmente per due motivi: sia perché
potrebbe essere un caso di fake news sfuggita di mano, sia per
le regole e le modalità orrende con cui si svolge questa macabra
challenge che porta alla morte (previo annientamento
dell'individuo, che probabilmente già di suo non stava
eccessivamente bene).
Personalmente, pur
seguendo molto spesso la trasmissione, mi sono persa la puntata in
cui hanno mandato in onda le immagini riguardanti i fatti e, in tutta
onestà, non ho voluto saperne niente un po' perché in generale i
giochi psicologici mi impressionano e un po' perché quando le cose
accadono in luoghi lontani da te, sembrano tutte finte, cose da
romanzo insomma...contavo dunque di proseguire con la mia “ignoranza
selettiva” (almeno così la chiamo io), finché un paio di
settimane fa mi è capitata tra le mani una copia della Gazzetta di Mantova, che ringrazio per avermi dato il La per sviluppare una serie
di riflessioni sulla questione. Il giornale proponeva in prima pagina l'eroica vicenda di una ragazzina quattordicenne che ha salvato un amico dalla “balena blu”, un gioco dal nome tanto poetico, ma
dalle finalità tanto oscure e macabre.
Ma andiamo alla
ciccia vera, innanzitutto:
Che cavolo è
'sto Blue Whale?
Ti risparmio le
regole nel dettaglio perché non vorrei, prossimamente, sentirmi
responsabile di qualcuno che deciderà di passare a miglior vita.
Detto ciò, Blue Whale significa, come scritto poco fa,
“balena blu” e probabilmente prende il nome dal fenomeno del
suicidio immotivato di molti cetacei. La challenge pare sia
partita da un social network molto in voga in Russia, per poi
fare il giro del mondo. In generale, funziona così: si viene
adescati da un “curatore”, il quale fornisce giorno per giorno le
prove da affrontare, nel giro di cinquanta giorni tra autolesionismo,
alienazione e crudeltà gratuita (il tutto corredato da foto e
selfie che dimostrino l'avvenuto svolgimento del “compito”), si
arriva all'ordine di saltare da una finestra o da un balcone. Chi è
succube di questo amministratore, pare venga anche “spiato”,
mediante virus inoculati su pc o smartphone;
probabilmente sta proprio qui il problema: la debolezza psicologica o
di carattere, sommata al fatto di sentirsi minacciati e alla paura
che venga fatto o detto qualcosa di male ai propri cari, rende
impossibile il ritiro dal gioco e la denuncia dell'anonimo
delinquente che ne tiene le fila.
Bufala o vera
emergenza sociale?
Matteo Viviani.
Seguo spesso con
ammirazione il lavoro di Selvaggia Lucarelli (sebbene non sempre ne
condivida i contenuti) e in previsione di questo post, la sua intervista a Matteo Viviani, la iena che si è occupata di rendernoto il Blue Whale ai non-più-adolescenti, non poteva che
cadere a fagiolo. Dopo tutte le polemiche, Viviani ammette che alcuni
dei contributi video utilizzati per arricchire il reportage erano
falsi e di averli usati, sostanzialmente, per “rendere l'idea”,
pur assicurando che i fatti e i dati forniti corrispondevano a
verità. Lo scambio di colpi tra la Lucarelli e la iena, offre però
anche altri passaggi abbastanza significativi, ad esempio vengono
citati in causa l'enormità del web e l'uso di Tor, un browser
che più che altro è una sorta di far West della rete, in cui
circola un po' di tutto col beneficio dell'anonimato. Ecco, e queste
zone d'ombra on-line? Se dipendesse da me io le eliminerei, ma
siccome di tecnologia capisco poco e male, mi limito ad auspicare che
la polizia postale o chi di dovere le disciplini con la giusta
severità; mi chiedo, a questo punto, che senso ha se per entrare in
un qualsiasi luogo pubblico un cartello ci ordini (giustamente) di
mostrare il nostro volto chiaramente, senza veli, caschi e
quant'altro, e poi in rete esistono zone franche in cui fare il bello
e il cattivo tempo? Internet è un “luogo” troppo vasto e troppo
accessibile perché venga abbandonato al semplice e labile buon
senso.
Va detto che
comunque le nostre forze dell'ordine ultimamente si sono attivate ed
esistono delle squadre speciali che setacciano alacremente il web,
però temo che non bastino ancora.
Nel corso
dell'intervista si è insinuato che Le Iene abbiano in un certo senso
innescato l'emulazione e si è parlato anche delle modalità
utilizzate per esporre l'argomento con riferimento al sensazionalismo
e alle regole fornite dall'Oms per trattare il tema del suicidio
giovanile. A questo proposito però mi viene da dire: ma già di per
sé il concetto di suicidio non è abbastanza implicitamente
sensazionalistico? A questo punto bisognerebbe non pronunciare più
nemmeno quella parola, bandirla dal dizionario perché non sia mai
che qualcuno apra, per malaugurato caso, la pagina sbagliata di un
dizionario...insomma come fai a parlare di fatti così crudi e
complessi senza fare, anche involontariamente, scandalo?
In ogni caso,
spettacolarizzazione o meno, video falsi o video veri, direi che,
anche se solo un 10% dei casi mondiali fosse certamente collegato al
fenomeno del Blue Whale, sarebbe il momento di preoccuparsi e
porre rimedio, prima di andare fuori tempo massimo.
Per dirla con
Giovanni Ziccardi*, docente di informatica giuridica all'università
statale di Milano, il “gioco della morte” «non
è un problema solo tecnologico» ma, sottolinea, è anche questione
di vita sociale, di disagio giovanile e di mancanza di controllo
sulle svariate ore passate on-line
dai ragazzini. Non potrei essere più d'accordo, perché non
condivido che certi strumenti come pc, smartphone o tablet siano dati
in mano liberamente a dei bambini.
Farei, forse un solo piccolo appunto, il controllo dei genitori può sicuramente avvenire sulla navigazione e i suoi contenuti, ma può esercitarsi anche mediante un occhio più attento sui comportamenti quotidiani dei figli: cavolo, se io a quindic'anni fossi tornata a casa con dei tagli sulle braccia (come prevede la “Balena Blu”), tempo due giorni e, non solo mia madre, ma tutti gli strizzacervelli e i preti della provincia ne sarebbero venuti a conoscenza. E poi, tu, genitore, non ti accorgi che tuo figlio non dorme? Che è allucinato o stressato per chissà quale motivo? Per non parlare poi di un sensibile (credo) disinteresse generale per le cose della vita...non so, ma a casa mia temo che fatti così eclatanti non si sarebbero mai verificati, non perché sono figlia di due fenomeni (anzi a dirla tutta i miei sono due cosiddetti “analfabeti digitali”), ma perché ho dei genitori giustamente attenti ai miei segnali ed aperti al dialogo. A volte basta qualche chiacchierata per intuire un malessere, un disagio e magari cercare insieme una soluzione.
Anche la scuola, in questo senso, dovrebbe fare la sua parte, anziché limitarsi a riempire le teste degli alunni con solo fine di “finire il programma”, servirebbe sacrificare giornalmente una piccola parentesi di tempo per discutere di temi di attualità e ascoltare i ragazzi. Senza voto, senza giudizio.
Farei, forse un solo piccolo appunto, il controllo dei genitori può sicuramente avvenire sulla navigazione e i suoi contenuti, ma può esercitarsi anche mediante un occhio più attento sui comportamenti quotidiani dei figli: cavolo, se io a quindic'anni fossi tornata a casa con dei tagli sulle braccia (come prevede la “Balena Blu”), tempo due giorni e, non solo mia madre, ma tutti gli strizzacervelli e i preti della provincia ne sarebbero venuti a conoscenza. E poi, tu, genitore, non ti accorgi che tuo figlio non dorme? Che è allucinato o stressato per chissà quale motivo? Per non parlare poi di un sensibile (credo) disinteresse generale per le cose della vita...non so, ma a casa mia temo che fatti così eclatanti non si sarebbero mai verificati, non perché sono figlia di due fenomeni (anzi a dirla tutta i miei sono due cosiddetti “analfabeti digitali”), ma perché ho dei genitori giustamente attenti ai miei segnali ed aperti al dialogo. A volte basta qualche chiacchierata per intuire un malessere, un disagio e magari cercare insieme una soluzione.
Anche la scuola, in questo senso, dovrebbe fare la sua parte, anziché limitarsi a riempire le teste degli alunni con solo fine di “finire il programma”, servirebbe sacrificare giornalmente una piccola parentesi di tempo per discutere di temi di attualità e ascoltare i ragazzi. Senza voto, senza giudizio.
Un
altro problema da risolvere è il fatto che da alcuni anni agli
adolescenti (ma non solo) ormai viene inculcato il concetto
dell'assenza di futuro. Questi, si convincono che solo i geni, i
“parenti di...” o i leccaculi possono raggiungere i loro
obbiettivi, e ciò non li aiuta ad attribuirsi una dignità, a darsi
un'importanza sociale, ad amare la vita, con le sue salite e le sue
discese. In tutto questo, un'altra buona fetta di responsabilità ce
l'ha anche la società col suo pensiero comune piuttosto “poverino”
(anche se qualche ragione ce l'ha pure lei). Tv, giornali e
quant'altro, dovrebbero evitare di parlare esclusivamente di casi di
furbetti, di raccomandati, di cervelli in fuga (con tutto il
rispetto), ma cercare di affiancare a questi anche le storie di chi
ce l'ha fatta con le sue forze, anche se nel suo piccolo.
Il ministro Pinotti durante il raduno degli alpini del 14 maggio 2017.
Ci
stupiamo tanto di un giovane che sostanzialmente “vede tutto nero”
senza capire il perché, ma il punto è che la felicità va abituata,
va allenata come un muscolo. Non puoi ordinare a qualcuno di essere
felice, come non si può alzare un peso da 50 kg se fino a ieri lo
sforzo massimo era lanciare coriandoli. Per questo motivo non ho
compreso tutto il polverone sollevato nei confronti della
dichiarazione del ministro della difesa Pinotti, che durante un
raduno nazionale degli alpini ha proposto la reintroduzione di una
forma di servizio civile obbligatorio in ambiti di sicurezza sociale,
«un momento unificante, allargato a tutti ed in cui i giovani
possono scegliere dove meglio svolgerlo».
Io favorirei il servizio civile nazionale obbligatorio anche presso altri enti e non solo nella difesa, comunque è una proposta da valutare seriamente. Innanzitutto mettersi al servizio degli altri, oltre ad essere un modo per stare impegnati col cervello oltre che col corpo, spesso offre spunti di riflessione e ci fa rivalutare ( in meglio o in peggio) la qualità della nostra vita, in un certo senso riporta le nostre paturnie alla giusta dimensione.
Per citare il sociologo Domenico De Masi*, il servizio civile obbligatorio «è un'occasione di “alfabetizzazione” alla collettività, un po' come avviene con l'istruzione, è importante che il servizio sia obbligatorio perché solo in questo modo si estende davvero a tutti, in particolare a quei ragazzi cresciuti in contesti in cui il bene comune non è un valore». Sull'argomento c'è chi dice che non serve imporre nulla e che i giovani sono per lo più ben disposti a fare qualcosa di utile per la comunità, ma io penso che sia un po' come mettersi in casa un attrezzo da palestra perché «a casa mia lo posso usare quando voglio, in qualsiasi momento...»...e fu così che il tapis roulant divenne un ottimo stendi-panni.
Io favorirei il servizio civile nazionale obbligatorio anche presso altri enti e non solo nella difesa, comunque è una proposta da valutare seriamente. Innanzitutto mettersi al servizio degli altri, oltre ad essere un modo per stare impegnati col cervello oltre che col corpo, spesso offre spunti di riflessione e ci fa rivalutare ( in meglio o in peggio) la qualità della nostra vita, in un certo senso riporta le nostre paturnie alla giusta dimensione.
Per citare il sociologo Domenico De Masi*, il servizio civile obbligatorio «è un'occasione di “alfabetizzazione” alla collettività, un po' come avviene con l'istruzione, è importante che il servizio sia obbligatorio perché solo in questo modo si estende davvero a tutti, in particolare a quei ragazzi cresciuti in contesti in cui il bene comune non è un valore». Sull'argomento c'è chi dice che non serve imporre nulla e che i giovani sono per lo più ben disposti a fare qualcosa di utile per la comunità, ma io penso che sia un po' come mettersi in casa un attrezzo da palestra perché «a casa mia lo posso usare quando voglio, in qualsiasi momento...»...e fu così che il tapis roulant divenne un ottimo stendi-panni.
Quello
che voglio dire, è che se si lasciano gli adolescenti in balia di
loro stessi a bighellonare a caso mentalmente, virtualmente e
fisicamente per la strada, al 70% dei casi non può uscirne nulla di
buono; si finisce per perdere sé stessi, per confondere il bene con
il male, il giorno con la notte....e così si arriva a partecipare ad
oscenità come il Blue
Whale....
Jeremy
Collier, mooolti molti anni fa scriveva che «L'ozio è un invito al
disordine, e fa spazio alla licenziosità. Le persone che non hanno
niente da fare sono rapidamente stanche della loro stessa
compagnia.»...e probabilmente finiscono per lanciarsi da un balcone,
aggiungo io.
Che
amarezza.
*citazioni prese da Donna Moderna n. 25 e n.23



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