martedì 30 maggio 2017

Se Vasco e Dante fossero applicati a fatti di vita quotidiana...

Un po' di tempo fa, come spesso mi capitava, andai alla fermata dell'autobus,si vedevano appena “i raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle”, la notte non si era ancora del tutto arresa e chiunque, potendo, avrebbe pensato di fare dietrofront e tornarsene tra le braccia di Morfeo, ma non io. Prima di uscire di casa, mia madre, sempre tanto (troppo) premurosa, mi chiese, se avevo il biglietto, io come sempre le risposi di si, con sicurezza e un pizzico di spavalderia.
Nell'attesa della corriera che doveva portarmi verso i miei impegni quotidiani, mi raggiunsero alcune amiche con cui chiacchierai e fino all'arrivo del mezzo.
Salimmo tranquille e come ogni santo giorno non c'era nemmeno un posto a sedere...però, diversamente dalla routine vi era un silenzio a dir poco glaciale che faceva presagire la presenza del malefico «Caron dimonio»: IL CONTROLLORE!
Sentita la sua voce risuonare tra le pareti del bus, i miei dubbi sulla sua presenza svanirono, lasciando il posto ad un sovraffollamento di pensieri diversi, ben più cupi e terrificati dei precedenti: se mi fossi sbagliata? E se avessi dimenticato il biglietto? Il sangue non tardò a raggelarsi. Iniziai a frugare in maniera compulsiva in tutte le tasche, nella borsa, nel portafoglio, tra le pagine dell'agenda che usavo portare sempre con me. Il nulla! Di quel foglietto ceruleo, neanche l'ombra. Chiesi alle mie amiche se per caso avevano un biglietto in più da prestarmi, ma la risposta fu inevitabilmente negativa, la nuvola fantozziana a mia insaputa aveva già fatto capolino da qualche minuto, ahimè. Guardavo ovunque in cerca di una via di fuga, un nascondiglio sicuro, ma le porte erano già chiuse e non trovai nemmeno una fessura, un pertugio dove nascondermi.«Dietro non si torna, non si può tornare giù», avrebbe senz'altro tuonato il buon Vasco Rossi, se fosse stato al mio fianco. Aggiungendo, amaro e definitivo: «qui non hai la scusa che ti può tenere su, qui la notte è buia e ci sei soltanto tu.» Provai anche a promettere laute ricompense a conoscenti dal «Cor gentile», almeno uno doveva pur essere in grado di sconfiggere il nemico, un «velto» che« lo caccerà per ogne villa finché l'avrà rimesso nello 'nferno là onde 'nvidia dipartillo», mi sembra inutile rivelare, vista la proverbiale fortuna che mi contraddistingue, che quel tanto sospirato Veltro, aveva preferito evitare di palesarsi quella mattina.
Nel frattempo si liberarono dei posti a sedere, ovviamente scelsi il sedile più lontano dall'occhio spietato del controllore, non avevo mai desiderato così tanto essere invisibile, o per lo meno sufficientemente insignificante da sfuggire al suo incedere; «Cosa non darei per stare su una nuvola...cosa non farei per vivere una favola», certe canzoni del buon vecchio rocker di Zocca sembrano calzare a pennello in certe situazioni.
Si avvicinava la penultima fermata e Lui era ancora relativamente lontano, mentalmente pregavo che il semaforo oltre quella tappa fosse verde, ma dentro di me sapevo che sarebbe servito a ben poco rivolgersi ai santi. Ad un tratto realizzo che forse le mie preghiere erano state ascoltate, la corriera procedeva fluida e veloce verso il mio capolinea, anche se la distanza tra me e il controllore si era sensibilmente accorciata. Poco prima dell'arrivo alla mia fermata, mi diressi verso la porta più lontana rispetto al malvagio individuo, le porte si aprirono in un istante interminabile, una volta saltata giù dal bus, tirai un sospiro di sollievo, «e come quel che con lena affannata, uscito fuor dal pelago a la riva, si volge a l'acqua perigliosa e guata, così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar» lo pubblico mezzo. Mi resi conto di essere finalmente al sicuro, ma quanta sofferenza! Guardai la luce celeste e le chiesi: «tra i vari interessi che hai, dimmi che posto mi dai? Ti voglio bene, non l'hai mica capito?...Ti voglio bene, smetti di giocare...». È inspiegabile come quell'avvenimento «m'avea di paura il cor compunto»...mi sentivo quasi come Dante all'uscita della «selva oscura...selvaggia e aspra e forte...che nel pensier rinnova la paura. Tant'è amara che poco più è morte». Nell'infausta vicenda penso di aver avuto una fortuna prodigiosa e sono certa che se mi avessero punta con un ago non avrei versato neanche una goccia di sangue per la tensione.
È vero, una piccola dose di adrenalina ogni tanto fa bene, fa sentire vivi, non nascondo di aver sentito qualche piccolo brivido, una volta scampato il “pericolo. «Sensazioni sensazioni, vogliono tutti provare. Non ci bastano le solite emozioni, vogliamo bruciare» e Vasco sicuramente se ne intende di sensazioni, trasgressione e momenti critici, però penso che a volte essere «Buoni o cattivi» sia una questione di portafoglio; quando sei una studentessa giovane e squattrinata, vivere “pericolosamente” costa piuttosto caro, meglio essere onesti e previdenti. 😅

sabato 27 maggio 2017

Elogio del pigiama.

Se sei una donna che va dal parrucchiere mediamente almeno una volta al mese, o se come me compri un sacco di riviste patinate, sicuramente ti sarai imbattuta in immagini di celebrity o influencer come queste.


 
 
Bene, sembra che da qualche tempo il pigiama la stia facendo da padrone sui red carpet e non solo...purtroppo 😱 . Lo ammetto senza alcun timore, è una moda che non mi piace per niente, con buona pace di Irene Galitzine e dei suo “adepti”. Se dipendesse tutto dalla mia idea di estetica, questo trend lo vieterei per legge 😂 , forse perché sono ignorante io, o forse perché sta bene solo a pochissime elette, divenendo così un outfit elitario. C'è anche da dire che forse (anzi, quasi sicuramente) buona parte della mia avversione per il pigiama è dovuta al fatto che immagino me stessa in quelle vesti e in un attimo mi ritrovo a cantare All by my self sul divano con Bridget...tra una vodka e un secchiello di gelato.



Oh no...L'immagine anti-sesso per eccellenza!


È proprio davanti a questo flash di disagio cosmico che mi sorge spontanea una domanda: perché? Cosa spinge una donna, più o meno avvenente, ad andarsene in giro in abiti da camera (a prescindere dal fatto che le donino o meno)? Ci sarà una logica soggiacente, un qualcosa che mi farà dire: «Beh tutto sommato...ci può stare!».
Basta con le domande, perché da una sono già diventate tre e non vorrei fare la Rieducational Channel della bassa.



Elucubrando a tempo perso, in una sorta di brain storming “alla buona”, oltre all'idea di comfort (eheh grazie Graziella), quello che più ha sgomitato tra tutti è il concetto di Slow, lentezza, che vuol dire prendiamoci i nostri tempi, lenti o rapidi che siano. Slow fa rima con Libertà, ma anche con Calore, quello umano, migliore di qualsiasi termocoperta in commercio (giusto per rimanere in ambito di cameretta, cosyness e hygge).
I cosiddetti “tempi moderni” ci hanno fin troppo abituati ad essere sempre sul pezzo, sempre in ordine e pronti a schizzare come le palline di un flipper da un capo all'altro della città...o del mondo; siamo quotidianamente reperibili a qualsiasi ora per chiunque grazie ai social, ma soprattutto a quello strumento demoniaco che risponde al nome di Whatsapp, tanto che ormai non esiste più una vera sfera privata in cui sentirsi legittimati a selezionare gli interlocutori o a mandare tutti a quel paese (in senso più o meno stretto, fate vobis).
La comunicazione 2.0 sarà anche una bella comodità, non ci piove, ma va da sé che il contatto umano e l'empatia andranno ben presto a farsi benedire, se ciò non è già accaduto. Oggi è tutt'altro che raro trovare relazioni amorose, o “para-amorose”, impostate all'80% su like, doppie spunte, “visualizza ma non risponde”, commenti simpatici di Tizie Caie con tettazze di fuori e un parterre du roi di 2000 amici rigorosamente “masculi”.
 
 
Perchè il 25 gennaio del 2014 alle 14:09:34 eri online, ma ignorasti il mio messaggio?


Ma un caro vecchio interrogatorio con tanto di luce puntata, no? Almeno sei sicura che alla fine o gli sferri un calcio nelle reni, o finisci a far l'amore...(con lui o con un altro...bo...chissà 😏 )
Il fatto è che arrivati ad un certo punto una donna, a mio modo di vedere la realtà, sente l'urgenza di farsi capire, di gridare al mondo qualcosa di sé: chi è, chi vorrebbe essere, di cosa ha bisogno; dunque quale miglior mezzo se non l'abbigliamento, che da sempre rispecchia noi stesse (che lo si voglia o no). Così, anche il pigiama acquista un valore forse inaspettato, diviene una sorta di status symbol per chi sotto sotto è un po' stanca del logorio della vita moderna e invece di scolarsi un Cynar, decide di indossare un qualcosa che almeno idealmente rallenti i ritmi quotidiani, che faccia pensare: «Ehi aspetta un attimo! Accendi il camino, abbracciami e beviamoci un buon tè...oppure del vino invecchiato». Ok, inizia a fare un po' caldo per questi scenari, ma il feeling spero sia chiaro. XD

Insomma, che dire? 'Sto pigiama continua a non ingolosirmi, ma sai che c'è? Mi piace pensare che chi osa con l'homewear, forse è una donna che crede ancora, a suo modo, nel suo piccolo, di poter cambiare il mondo, o almeno una piccola porzione.
 

Queen Bey approva.

Tutti pazzi per il "pastrami"

È lunedì, e già di per sé queste due paroline magiche dovrebbero bastare a dare una ragione plausibile all'abbacchiamento generale...e i...